L'amicizia a scuola: esperienza possibile? | Giustacchini

L’amicizia a scuola: esperienza possibile?

Iniziamo l’anno insieme raccontando un aspetto della scuola che spesso non riceve la dovuta attenzione perché messo in ombra da questioni all’apparenza più grandi o significative: i compagni di classe e gli amici.

È un argomento che mi ha portata a dovermi spingere in un ragionamento profondo e che sinceramente mi ha creato qualche difficoltà. Mi sono mossa così allora: ho osservato i miei alunni, ho cercato di ricostruire episodi della mia esperienza lavorativa passata e sono tornata, ancora una volta indietro nel tempo, a quando sedevo tra i banchi di scuola.

I banchi di scuola

Non cercherò di definire la parola amicizia. Molti nella storia dell’uomo, più capaci e profondi di me, hanno elaborato trattazioni che ci possono aiutare in questo, ma per comprendere il tema è davvero fondamentale che ciascuno di noi spenda del tempo per rispondere, con sincerità, a una domanda che solo all’apparenza sembra davvero semplice:

Che cos’è l’amicizia?

Nella mia vita ho avuto davvero pochi veri amici, completano le dita di una mano, ma avevano tutti in comune una serie di qualità. Avevano voglia e bisogno di ascoltarmi, sentivano la necessità di trascorrere del tempo con me, dimostravano di preoccuparsi per me, sono sempre stati sinceri e soprattutto hanno avuto la capacità di attirare il mio interesse e la mia curiosità.
L’amicizia, come ogni rapporto e relazione, si basa su una serie di investimenti consapevoli: affetto, tempo, sentimenti, pazienza, ilarità, condivisione, fiducia… e come ogni rapporto permette una costante di rischio ridotta, minima. È per questo che scegliamo gli Amici sulla base di eventi miracolosi che possiamo catalogare alla voce Empatia.

amicizia e compagni di scuola

Questo nella scuola non succede. Infatti a scuola, principalmente, esistono i compagni di classe. Del resto se a tutti è concesso il libero arbitrio nello scegliere un amico, questo è negato nella creazione di un gruppo classe. In una classe, mediamente, vivono 25 ragazzi eterogenei, che devono convivere per almeno cinque ore al giorno in uno spazio ridotto, facendo cose che spesso non li divertono, affrontando prove, interrogazioni, sfide. È naturale che in una situazione estrema come la classe si formino dei gruppi il cui scopo è la sopravvivenza. Possono generarsi dal fatto che i componenti abitino vicini, che frequentino gli stessi ambienti extrascolastici, che abbiano in comune sport o interessi. O semplicemente si originano sulla base della somiglianza estetica e sul bisogno di rendere più spensierata la permanenza a scuola.

Questi gruppi non sono stabili, possono variare nel tempo sulla base delle dinamiche della classe, dei bisogni dei singoli, della necessità di reperire informazioni durante una verifica. Spesso tra colleghi ci si interroga sul fatto che a scuola alcune amicizie finiscano improvvisamente. Semplicemente non sono amicizie, ma relazioni di comodo. È davvero improbabile che tra i banchi di scuola nasca un’amicizia. Le ore sono del tutto sature di competizione, manca il tempo per conoscere le persone che vivono una classe e soprattutto non c’è spazio per le emozioni positive. Spesso mi sono trovata a dover bilanciare situazioni di crisi tra i ragazzi in classe. Le cause sono sempre le medesime. C’è quello che salta le interrogazioni programmate creando un problema per i compagni, quello che mortifica i compagni più studiosi, quello che ruba e catalizza su di sé tutte le attenzioni, il polemico, il borioso. Non mi è mai capitato di sentire parlare di amicizia, di affetto, di fine di un rapporto. In questo i ragazzi sono molto simili alle relazioni che avviamo noi adulti sul posto di lavoro. L’amicizia, invece, viene coltivata fuori dalla scuola o nei momenti in cui la scuola si spoglia della sua pesante autorità.

Quando frequentavo il liceo, ho trascorso i primi due anni a galleggiare in una classe, avvicinandomi all’uno o all’altro gruppo in modo incostante, mossa dall’interesse personale, senza sentimenti e con grande noia e pesantezza.

Semplicemente perché ero convinta che nessun compagno fuori di lì avrebbe potuto meritare la mia amicizia. I prodigi poi avvengono per caso. Un giorno un professore scelse di portarmi in primo banco accanto a una ragazza che trovavo estremamente antipatica. Era, ai miei occhi, la tipica perfettina, saccente, che viveva con la mano alzata. Io, un po’ come oggi, ero disordinata, rumorosa, a volte fuori luogo e tempo, incapace di stare ferma e zitta per più di pochi minuti. Quel professore sperava di aver trovato l’antidoto per la Facchetti.

Entrambe entrammo in una crisi, non volevamo neppure che i nostri banchi si sfiorassero. Sembrava la guerra fredda e attorno a noi c’erano solo nuvoloni neri carichi d’odio. È stato fuori dalla scuola, in una gita scolastica, che io e Federica abbiamo imparato a conoscerci e a completarci e a poco a poco tra di noi è nata una splendida amicizia che dura ancora oggi. Sono stati, lo ripeto, i momenti che abbiamo vissuto insieme fuori dalla scuola a fare in modo che Federica sia la terza, non in ordine di importanza ma cronologico, tra le cinque dita dei miei più cari amici. Sono state le passeggiate pomeridiane in centro, le lettere, le telefonate, le serate insieme e il nostro bisogno di condivisione che hanno alimentato il nostro rapporto. A scuola abbiamo continuato a litigare fino in quinta liceo. In cuor mio, più di una volta, non ho sopportato il suo alzare la mano, così come Federica poco tollerava la mia continua ribellione.

i compagni di scuola

È necessario quindi fare chiarezza per trattare un argomento delicato come quello dell’amicizia con un adolescente. Per prima cosa quindi bisogna partire dalla certezza che i compagni di classe non siano amici ma colleghi con i quali i nostri figli, come noi, si trovano a dover collaborare ogni giorno. Quando a scuola ci dicono che i ragazzi sono rumorosi perché in classe sono tutti amici, sorridete ma non credeteci. In classe sono tutti complici per perdere i minuti necessari a rimandare l’interrogazione, per riuscire a modificare magicamente la durata delle ore che non piacciono, per ottenere i loro scopi e per sopravvivere con il minimo sforzo.

È in questo contesto che viene fuori l’insegnate in grado di guidare sapientemente il plotone militare che sono i vostri ragazzi. L’insegnate in grado di gestire sapientemente il tempo, di raggiungere gli obiettivi prefissati nel programma e di gestire i problemi relazionali tra i gruppi che, ribadisco, non hanno nulla a in comune con le emozioni che sorreggono un’amicizia. Con questo non voglio dire che la scuola sia il luogo in cui si condanno a morte i rapporti tra i ragazzi, anzi! Credo fermamente che la scuola e le sue dinamiche siano un ottimo campo d’addestramento in cui allenare e sviluppare le capacità relazionali che faranno dei vostri figli, dei futuri adulti, in grado di lavorare in team e di gestire tutte quelle problematiche relazionali che accomunano le nostre professioni, sebbene tra loro molto diverse.

Per quanto riguarda l’amicizia, fate in modo che la scuola non le sottragga il tempo necessario. Per loro è fondamentale: è l’ossigeno dei vostri figli. Se davvero avete risposto alla domanda che vi ho fatto all’inizio, converrete con me che crescendo poi il tempo da dedicare all’amicizia si fa sempre più rarefatto.

Concludo con una confidenza. Tra le mie cinque dita c’è un filo conduttore e l’ho riscoperto ultimamente. Ciascuna ha reso concreto o mi ha insegnato una sensazione cardine di questo rapporto che ha dell’incredibile, una sensazione che si riassume in una frase:

«Averti con me è come ridere nel pianto».

averti con me è come ridere nel pianto

Cri cri.
@cri_ppi

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