La giornata tipo di un'insegnante | Giustacchini

La giornata tipo di un’insegnante

LA SCUOLA È FINITA è la traduzione immediata di: “8 Giugno: termine delle attività scolastiche”, anche se dietro questo appunto sul calendario si cela una bugia. Molti, infatti, sono alle prese con gli esami conclusivi, altri stanno terminando le ultime procedure burocratiche, io da qualche giorno, dopo l’invio dell’ultima mail, sto metabolizzando questo anno scolastico.

Con giugno vi vorrei raccontare una storia, la giornata tipo di un’insegnante ovvero come si susseguono le mie ventiquattro ore. Essendo che riassumere tutto mi risulta non troppo semplice e temo di non poter fare arrivare come questo lavoro entri nella vita di chi lo pratica a 360° proverò a illustrarvi una giornata tipo, soffermandomi sugli aspetti negativi e su quelli positivi!

«15 febbraio, ore 6.40, la sveglia suona: uno, due volte; poi parte l’allarme del Casio.»

È così ogni mattina dal 12 di settembre e l’8 di giugno è ancora lontano, lontanissimo. Fuori piove. Mi ero da poco riaddormentata. Alle 5.00, come ogni mattina, ero già sveglia, occhi sbarrati a cercare le pecore, a contare le stelle o a fingere di essere nel posto più bello del mondo a contare a ritroso da 100 a 0 pecore o stelle. Niente da fare, alle 5.00 di mattina inizio a pensare: «Che faccio oggi a scuola?». Ripercorro l’orario dalla prima all’ultima ora. Grammatica in prima, invento un esercizio non hanno ancora capito i pronomi complemento. Storia in due prime e non mi ricordo nemmeno dove ero arrivata, forse devo interrogare e poi parlavamo di Carlo Magno sì… devo fissare la verifica ma ci metto ancora un capitolo dai. Geografia in seconda stavamo iniziando il Regno Unito, devo tirare in piedi un tour virtuale di Londra, se non c’è la connessione al massimo gli carico due foto mie. Cavolo oggi alle 14.30 ho la riunione di area e non ho preparato la tabella riassuntiva delle valutazioni delle prove intermedie, la faccio nell’ora buca o al massimo in pausa pranzo dalle 14.00 alle 14.30. Ce la posso fare. Ah devo ricordarmi i temi da mettere in borsa e le semplificazioni di storia e prima di portarli in classe devo stampare la scaletta del tema che hanno per compito. Dormo ancora un pochetto.

6.50 non ho ascoltato la sveglia, sono già in ritardo, non so cosa mettermi e non devo dimenticarmi nulla: ripeto continuamente dentro di me tra lo yogurt e lo spazzolino da denti:

«Grammatica prima, storia prima-prima, geo seconda, semplificazioni, scaletta, tabella, acqua e… amministratore! Devo chiamare l’amministratore per la basculante e devo assolutamente andare in lavanderia ho abbandonato là dei pantaloni.»

7.22 mi carico in spalla borse e zaini, bacio Tommi, urlo: «Ciaoooo. Buon lavoro, ti amo e ti chiamo appena posso!» a quel santo che mi sostiene in tutto questo e che mi aspetta ogni mattina all’ingresso di casa con le cose che se non ci fosse lui dimenticherei: cellulare, chiavi casa e macchina, powerbank.

Piove: non ho l’ombrello.

Il tragitto casa scuola è silenzio interiore e musica al giusto volume, finestrino un poco abbassato per areare il cervello e ricaricare la dose giornaliera di pazienza, sorrisi e gentilezza. Credo sia la ricetta migliore per affrontare ogni giornata! Arrivata a scuola, mentre si attende il suono della campanella alle 7.50, la regia apporta gli ultimi accorgimenti perché la mattinata proceda senza corto circuiti. Si fanno le ultime fotocopie, si discute di un avviso comparso sul registro elettronico, ci si confronta su un alunno, un colloquio, una riunione, si beve un caffè. La campanella suona due volte, al primo rintocco usciamo per accogliere i ragazzi, al secondo saliamo tutti insieme nelle classi. Già lungo le scale iniziano le richieste: «Prof, oggi interroga?», «Prof, oggi esco prima», «Prof, ieri l’ho vista», «Prof…». Ci si abitua, è chiaro, ma ancora oggi mi chiedo come riesca ogni giorno ad ascoltare 20-25 ragazzini e a rispondere a ogni loro richiesta contemporaneamente! Una volta entrati in classe, firmato il registro, raccolti soldi, avvisi o permessi, firmato giustifiche, finalmente si inizia a imparare e a lavorare insieme. In questi anni ho fatto mia una cosa molto importante, l’arte dell’improvvisazione. Vi spiego perché. Nonostante un’ insegnante programmi, progetti, crei, elabori le sue ore di docenza si troverà inesorabilmente sempre a dover smontare e rimontare i pezzi a seconda di come i suoi ragazzi vorranno fare lezione, dei loro bisogni e delle loro sensibilità. Credo che sia questo l’aspetto che amo terribilmente del mio lavoro, il dover rimanere in stabile equilibrio su una tavola adagiata su un mare calmo che improvvisamente si fa maledettamente burrascoso. Mantenere la calma, stare in equilibrio e portare a casa vittorie che avvantaggino i ragazzi è aver lavorato bene.

«È per questo che prima di tutto è necessario investire nella relazione alunno-insegnante, per creare la giusta complicità, per non essere naufraghi su una zattera macilenta in un mare in burrasca ma per avere una ciurma compatta e coesa pronta a indirizzare il vascello verso il sereno.»

La collaborazione è fondamentale e in questo mi ritengo un’insegnante fortunata perché ho sempre avuto degli alunni prodighi nell’aiutarmi. Le cinque ore a scuola non sono mai uguali a sé stesse. Oltre alle spiegazioni, alle prove, alle esercitazioni e alle condivisioni ci si imbatte facilmente in pianti, litigi, difficoltà di ogni tipo, problemi, richieste assurde, cellulari, bugie, uscite o ingressi salva voto, parole, violenza, odio, amore, amicizia. Tutto questo è condensato in spazi di massimo tre ore e l’insegnate deve essere in grado di muoversi con abilità e avere già tra le mani un’ipotesi di soluzione prima ancora che il problema si manifesti. È stressante, spesso ho provato a convincermi che avrei mollato tutto ma in tutto questo c’è una dose talmente considerevole di bene e di gratitudine che ogni giorno mi viene corrisposto dai ragazzi che ancora oggi mi tiene lì, incollata alla scuola!

13.00 o 14.00 in base all’orario si torna a casa, si va al bar o si magia qualcosa in sala professori. Spesso la pausa pranzo viene meno se salta fuori un colloquio urgente con un genitore o con lo psicologo, mangiare non è il bisogno primario di un insegnante se si trova in trincea, è per questo che in borsa abbiamo sempre un sacco di caramelle!

Le attività pomeridiane iniziano alle 14.30 (collegio docenti, consigli di classe, scrutini, riunioni di area, riunioni di plesso, riunioni di commissioni, riunioni in dirigenza) e solitamente terminano alle 17.30 se è una buona giornata, alle 20.00 se è una pessima giornata. La parte pomeridiana del mio lavoro è quella che mi pesa di più e non mi diverte ma che è comunque importante perché la scuola è una macchina che ha bisogno delle giuste e necessarie manutenzioni. La parte pomeridiana non termina a scuola ma si protrae anche a casa dove vengono redatti verbali, relazioni, schede, progetti che generalmente, insieme alla correzione di compiti e verifiche, occupano la sera della mia vita.

Abbiamo iniziato fingendo che fosse il 15 febbraio ma quasi ogni sera spengo il PC verso le 22.00, 22.30. Ovviamente non tutte le giornate sono così, al massimo abbiamo due, tre rientri alla settimana e non tutte le settimane. Inoltre il mio è un lavoro che lascia molta libertà nella gestione del tempo pomeridiano. Ci sono giornate in cui poso la borsa e mi prendo il pomeriggio per me, vado in palestra, esco con il cane, vado dal parrucchiere, faccio la spesa. Ce ne sono altre, invece, in cui quasi non ho neppure il tempo per mangiare. Spesso anche i fine settimana, le domeniche vengono assorbite dalla scuola, solitamente sono i momenti in cui correggo o programmo.

Ci sono giorni a scuola in cui si è immensamente felici e sembra quasi di essere nelle scene di un film luminoso e altre, invece, in cui si sprofonda nelle tenebre e i problemi e le preoccupazioni entrano in casa, nella tua vita privata assorbendoti al punto tale che quasi ti soffocano. È così che si annullano cene, aperitivi, cinema… perché si ha la necessità di mettere insieme incontri, test di monitoraggio e il tempo passa tra il computer, il telefono e il Moment! La mia fortuna è sicuramente quella di aver sempre trovato nel corpo docente alcuni colleghi disponibili alla collaborazione con cui davvero ho potuto lavorare e fare bene. So di essere una persona fortunata e credo che ogni nostra azione se ha come fine la felicità dei ragazzi resti, rimanga e contribuisca davvero a renderli migliori. Investo molto, ogni giorno nel mio lavoro al punto tale che a volte la testa mi scoppia ma sono testarda e combattiva e non sopporto che quello che faccio non sia fatto bene! Forse è solo una componente del mio carattere ma è una necessità che va oltre lo stipendio e il riconoscimento professionale, è uno sforzo che fruttifica negli anni e che torna come ricompensa nei momenti peggiori.

Poco prima della fine della scuola, verso la fine di maggio, una mia ex alunna prossima alla maturità mi ha scritto in facebook mandandomi lo screenshot di un articolo di D’Avenia. Leggendolo le sono tornata in mente, anche perché in questi anni mi ha sempre, parole sue, ricordata con il sorriso. L’estratto dell’articolo diceva così:

«Per fortuna ci sono centinaia di insegnanti che riescono a generare senso e ne abbiamo incontrato almeno uno sul nostro cammino. Ne ricordiamo il modo di vestire, incedere, spiegare, e i tesori che ci ha affidato. Vorrei che quel docente diventasse la normalità.»

Sara quella sera mi ha commossa e mi ha ricaricata infondendomi la forza e la caparbietà per affrontare le ultime settimane di scuola, quelle più dure. Come Sara, molti miei ex alunni spesso mi ringraziano per quello che ho fatto per loro e in questo modo mi danno conferma che a prescindere da tutto ogni ora dedicata in modo autentico alla scuola non è mai tempo sprecato.

In questi giorni mi sto mettendo davvero molto in discussione, mi sto chiedendo se e per quanto tempo ancora potrò continuare a insegnare. Non per i ragazzi, quello è chiaro, ma per il sistema contorto e incerto che spesso logora e lascia poche speranze.
Sto provando a immaginarmi in altre vesti professionali e a capire cosa potrei fare da grande. Certo è che qualsiasi novità avrà in serbo per me il futuro questo lavoro ruba sonno e porta stress mi mancherà maledettamente. Perché non esiste credo gioia più grande che sedersi tra di loro e creare la magia del diventare grandi insieme.

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