Quando non ho voglia... di andare a scuola! | Giustacchini

Quando non ho voglia… di andare a scuola!

Lunedì e Venerdì mattina.
Il mese di Febbraio.
Le mattine in cui piove.
Quando mi sveglio con il broncio.

Solitamente sono questi i momenti in cui mi prende quella brutta sensazione di non voglia, la sensazione di non voler andare a scuola. È sempre stato così e con gli anni questo stato non è andato migliorando, ma ho semplicemente imparato a conviverci e a farmene una ragione.

È semplice. L’inizio di settimana è triste per il ricordo, mentre la fine non ha pazienza e vorrebbe già essere dentro il week-end. Febbraio è grigio, freddo, piovoso, noioso e ci sono gli scrutini. Quando piove mi pervade la meteoropatia e vorrei solo una coperta, un tè caldo, un libro e ascoltare vinili per tutto il giorno. Quando mi sveglio con il broncio so che dovrò lottare tutta la mattina con me stessa per tirare fuori qualcosa di buono.

Quando non ho voglia di andare a scuola

Per il resto a scuola ci sono sempre andata volentieri, anche da alunna, nonostante le verifiche e le interrogazioni. Capisco però che questo non sia un assoluto e che la struttura scuola a volte possa non risultare a molti ragazzi come un ambiente felice in cui trascorrere il proprio tempo. I motivi sono infiniti: la noia, la mancanza di interesse, un insegnante antipatico, una materia ostile, dei compagni di classe poco accoglienti, la difficoltà di stare seduti per ore stando il più fermi possibile, condividere gli spazi e i tempi e, soprattutto, il dover stare dentro a un mondo che sta in piedi anche grazie a regole precise che non sempre piacciono. Poi esistono anche questioni più serie come rapporti incrinati, mancanza di stima e autostima, addirittura casi di fobia.

Come si risolve la difficoltà della mancanza di voglia?

Quando mi capita di solito mi blocco davanti allo specchio del bagno e ripeto con voce atona: « No. Io non ce la posso fare. Non vado. Io questa mattina a scuola non voglio andare. »

È la voce dell’amore che mi convince ricordandomi che devo andare a scuola, perché i ragazzi hanno bisogno di me e perché potrei perdermi qualcosa di fantastico standomene a casa.

E allora faccio pace con me stessa e mi convinco, respiro profondamente e canto. Al primo «Ciao prof!» dopo aver varcato il cancellone, sento che forse ho fatto bene a non ascoltarla troppo la non voglia di andare a scuola! La situazione diventa più complicata quando sono i ragazzi che perdono la voglia, sia per le famiglie sia per gli insegnanti.

Come cercare di contenere e risolvere l’apatia scolastica?

Il primo passo, forse banale, è quello di smontare questa mancanza attraverso un’opera di convincimento. Cinque ore corrono velocemente, ci sono i compagni, potresti perdere dei momenti divertenti, poi devi recuperare il tempo sprecato. Queste potrebbero essere delle motivazioni salvagente ma risolvere la questione è molto più complesso.
Noi adulti dovremmo trovare il coraggio di metterci in gioco per cercare di risalire all’origine, alla causa e provare a collaborare con i ragazzi per risolverla. Non è certo assecondando la non voglia che arriviamo al bene dei nostri figli. A volte sono incomprensioni, il non sentirsi capiti, ascoltati, la mancanza di stimoli.

In un sistema che funziona bene e ha l’obiettivo di formare una società consapevole del nostro domani, importante dovrebbe essere la sincera collaborazione tra le agenzie educative: scuola e famiglia. Gli adulti dovrebbero confrontarsi senza pregiudizi, senza accuse a priori con l’unico fine di creare delle strutture che possano adattarsi ai bisogni del singolo alunno. Le famiglie dovrebbero sinceramente presentare i bisogni dei figli e la scuola dovrebbe capire, adattarsi e sviluppare delle realtà d’insegnamento poliedriche.

Il ragazzo che non ama leggere a voce alta, quello che fatica a scrivere in corsivo, quello che ha bisogno di una mappa concettuale per affrontare con maggiore leggerezza una prova, quello che mantiene attiva l’attenzione solo disegnando, quello che seduto fermo per più di un’ora non riesce a stare.

Tutti loro non devono diventare dei futuri campioni di non voglia, ma sono gli alunni sui quali lavorare per trovare delle strategie che costruiscano un ambiente accogliente.

Quando non ho voglia di andare a scuola

Non è facile, sono sincera. Spesso mancano i fondi, gli strumenti, il tempo. Infatti, soprattutto per noi adulti, il tempo ha un valore economico preciso e allora se non si attiva un progetto al quale corrisponde un compenso economico nessuno, o quasi, è disposto a mettere in campo energie fine a se stesse. Nonostante ciò, il lavoro dell’insegnante prima di tutto è una missione e in quanto tale chi lo pratica dovrebbe andare oltre quanto urlato sopra e buttare anche quella mezz’ora del suo preziosissimo tempo per andare alla ricerca di quella voglia che negli alunni troppo spesso si perde. Questo non farà dell’insegnante un eroe – e probabilmente nessuno verrà mai a ringraziarvi – ma credetemi che in questo modo, parlando con i ragazzi, cercando di dare loro appoggio, si può ottenere molto, anche perché spesso quello di cui hanno bisogno sono solo attenzioni.

I genitori, invece, devono supportare la scuola. Devono parlare con i ragazzi, tenere sotto controllo il registro elettronico, capire se i figli si trovano in un momento in cui la voglia diventa più fragile e mettersi nella predisposizione di collaborare con gli insegnanti. Famiglie: chiedete aiuto, andate a parlare con i professori e coinvolgeteli nel problema. Insieme si può fare molto. L’obiezione che parecchi di voi muoveranno sarà sicuramente che questo pensiero non sia sempre condiviso da tutti i docenti. Andate oltre. Cambio spesso scuola, classi, colleghi. È ovvio che anche i docenti, a volte, possono aver perso la voglia, ma la forza della scuola sta nel fatto che in una classe lavorino molti professori.

Imparate a riconoscere quelli che la mattina si alzano mossi dall’amore per il loro lavoro: sono questi gli insegnanti dai quali dovete correre e ai quali dovete chiedere aiuto quando anche voi iniziate a fare i conti con la mancanza di voglia.

Riconosco che, anche a fronte di impegno, siano spesso le valutazioni la causa di questo sconforto. Succedeva anche a me da alunna quando nonostante mi fossi messa in gioco tirando fuori il meglio di me mi corrispondeva un SEI scritto in rosso, gelido e implacabile. In quel SEI non riconoscevo una mia reale fotografia e molte volte ho giurato a me stessa che avrei mollato tutto. Non siamo un numero ma questo lo capiamo crescendo e per i ragazzi nel voto, spesso, è racchiuso quello che rappresentano a scuola.

Sosteneteli, anche in questi giorni in cui da poco sono state rese pubbliche le schede di valutazione. Imparate a leggere le reazioni e le emozioni dei vostri figli e fate in modo di guidarli nella loro elaborazione. Ripeto: sono più di un numero e tutto quello che riescono a rendere loro in quelle infinite ore scolastiche, crescendo, non sarà più oggetto di valutazione ma diventerà parte della loro essenza.

Parlando con i genitori mi sento spesso dire: « Mio figlio non è bravo perché non sa scrivere. » Sorrido a questi genitori e cerco di spiegare loro che io, prima dei loro figli, per il medesimo motivo, non sono brava ma non per questo smetto di scrivere! Allora propongo loro una serie di strategie e chiedo di collaborare con me e soprattutto con il mio alunno affinché questa presunta non bravura non diventi la non voglia di prendere in mano una penna e incidere su un foglio bianco delle idee, ma si trasformi in quell’incentivo che contiene in sé il miglioramento!

Hanno bisogno di una platea, di spalti pieni, urlanti, carichi di euforia,
hanno bisogno che noi professori e voi famiglie facciamo, tutti insieme,
il tifo per LORO!

Quando non ho voglia di andare a scuola

Cri cri.
@cri_ppi

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