Scuola e smartphone: come sopravvivere | Giustacchini

Scuola e smartphone: come sopravvivere

In questo nuovo appuntamento volevo confrontarmi con voi su un argomento caldo, bollente per il mondo scuola. Il rapporto, non nuovo, che vede intersecarsi la vita della scuola con i nuovi strumenti di comunicazione, il più famigerato lo smartphone.

Mi spiego: il più famigerato perché è in possesso di ogni ragazzo e soprattutto perché la scuola non ha ancora scelto una via chiara e comune per gestire questa presenza, importante e imprescindibile nella vita dei ragazzi, così come nella nostra. Siamo onesti. Noi per primi non ne possiamo fare a meno. Sono passata allo smartphone tardi, ho scaricato Whatsapp all’incirca tre anni fa, per scelta.

Sapevo infatti che il mio rapporto e il mio legame con la comunicazione sarebbero cambiati più che essendo iscritta ai vari social. Una volta se qualcuno voleva comunicare con me metteva in conto che fosse un’impresa. Vivevo in modalità silenzioso e non rispondevo, se non per questioni significative, agli sms.

Forse perché stavo perennemente a credito zero o semplicemente perché non mi andava che le contingenze esterne potessero prendere e rubare spazio al momento, alla realtà che stavo vivendo. Poi si cambia e tra spunte blu, foto profilo e suonerie personalizzate per ogni notifica (mail, Facebook, Instagram, Whatsapp…) mi rendo conto che spesso passo più tempo con lui che non con le persone che mi stanno vicine e respirano. E sono un’adulta.

Scuola e Smartphone

Per i ragazzi è ancora più complicato e la rete più fitta. Hanno a disposizione un’infinità di app che li tengono in contatto e che spesso gli adulti non conoscono e quindi, come noi, sentono il bisogno di tenere sotto controllo la situazione virtuale.

Cinque ore a scuola sono un’eternità e la scuola vorrebbe che il cellulare fosse spento, nello zaino. Questa è un’utopia, l’utopia dei nativi digitali o dei ragazzi punto it, come li chiamo io. Non lo faranno mai e la scuola deve trovare una soluzione. La più semplice sarebbe quella dei telefoni spenti sulla cattedra da restituire all’uscita. Ma anche questo è un problema, le aule non si chiudono a chiave, possono esserci degli spostamenti nei laboratori, i ragazzi potrebbero rifiutarsi. Quindi si gestisce tutto con la fiducia e il deterrente del richiamo sul registro o del ritiro del telefono se colti in flagrante. È frustrante, credetemi.

In linea di massima in un mese puoi ritirare una cosa come cinque, sei telefoni. Il problema è che la situazione non trova risoluzione. Non è questa la via. Quando mi confronto sul tema con i non addetti ai lavori mi prendono per pazza. Del resto io per prima al liceo ero quella a cui veniva ritirato il cellulare e non ho mai rispettato la regola del tenerlo spento. Dal mio punto di vista sarebbe necessario, e la scuola si sta muovendo verso questo, far conoscere realmente lo strumento e adottarlo per quello che potrebbe diventare un aiuto alla scuola.

La conoscenza dello smartphone passa anche attraverso la sensibilizzazione su quelli che sono i rischi di un utilizzo non pensato. Soprattutto tra i ragazzi più giovani foto, frasi pesanti, video possono diventare uno strumento per farsi o fare del male. Non è nulla di nuovo, solo che ha cambiato forma e aspetto.

Una volta erano le scritte nei bagni, lo spintone nel cortile, una reputazione che di bocca in bocca veniva distrutta. L’evoluzione di questi comportamenti, che la scuola e la società classificano come bullismo, attraverso il digitale si è complicata e di ogni azione subita o messa in atto rimangono tracce indelebili e i ragazzi in questa realtà sono disarmati e poco informati nonostante sappiano usare bene la tecnologia.

La conoscenza dovrebbe toccare anche le famiglie, per quanto antipatico sia, il telefono va controllato. Non dovete essere investigatori o l’ultima occhiata prima del patibolo ma anche per quanto riguarda la vita digitale dei vostri figli dovete costruire un rapporto, per aiutarli.

Scuola e Smartphone

Anche la scuola lo deve fare, senza esorcizzare le nuove tecnologie. I gruppi classe esistono, possono essere gestiti anche dagli insegnanti e sono una continua e sincera fotografia dei ragazzi e dei modi in cui comunicano. Si possono fare ragionamenti sul linguaggio, comprendere come si sviluppano le loro relazioni, aiutarli a risolvere vissuti e insegnare qualcosa.

Personalmente partecipo al gruppo classe Whatsapp quando i mei alunni sono ragazzi grandi, dai 13 anni in su, per capirci. Più di una volta li ho vessati chiedendo di riscrivere il messaggio fino a quando il contenuto di questo non fosse stato corretto o semplicemente ho usato questo strumento per condividere riflessioni, articoli, spunti.

Attraverso i gruppi sono venuta a conoscenza di situazioni che avevano bisogno del repentino intervento di un adulto e grazie a questo confronto ho avuto la possibilità di intervenire in tempo. Non è solo questo, lo smartphone potrebbe essere usato anche per approfondimenti veloci, per consultare il vocabolario, per ricerche geografiche. In potenza sarebbe molto bello e utile, anche perché non è detto che tutte le aule di tutte le scuole italiane abbiano la connessione o la possibilità di lavagne luminose. In potenza perché i ragazzi dovrebbero comunque interiorizzare prima l’idea che a scuola il cellulare cambia veste, cambia funzione.

Spesso non si rendono nemmeno conto di quanti pezzi di sé regalano alla rete: foto, video, frasi, relazioni, geolocalizzazioni, abitudini, preferenze, bisogni.

Devono essere educati a un uso consapevole ma non sono soli, in realtà hanno dei buoni compagni di banco. Hanno noi insegnanti, voi genitori che abbiamo ancora molto da imparare su quello che sono le nuove frontiere della comunicazione.

Scuola e Smartphone

Per una volta, forse, ci troviamo tutti sullo stesso piano: ragazzi, famiglie, scuola. È l’occasione buona per sviluppare strategie comuni, è il terreno sul quale non dobbiamo farci la guerra, è il momento in cui dobbiamo stare uniti per sviluppare una buona consapevolezza e adattare la complessità di queste strutture comunicative alla necessità e all’ambiente in cui ci troviamo.
Quando li provoco a volte li apostrofo così: “Ti pare che ti sto abbandonando per leggere la notifica che ho sul cellulare? Lampeggia, lo vedi? Ma non lo sto ascoltando. Ora sono qui, solo per te.

Una soluzione non c’è perché non è un problema. Abbiamo solo un estremo bisogno di essere educati all’uso degli smartphone, alla scelta delle azioni che consapevolmente compiamo quando li utilizziamo e infine al rispetto. Al rispetto perché mentre qualcuno ci parla, ci ascolta, è in nostra compagnia non dovrebbe mai vedersi superato da uno schermo luminoso.

Cri cri.
@cri_ppi

Lascia un commento

Non perderti nessuna novità!

* Acconsento al trattamento dei miei dati personali per scopi promozionali, commerciali, marketing e proposte di vendita diretta, come illustrato nell'informativa sulla privacy